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Se vi chiedessi di chiudere per un attimo gli occhi e di immaginare un cerchio, soltanto un cerchio, probabilmente ognuno di voi ne immaginerebbe uno diverso. Di diverse dimensioni, magari anche di diversi colori. Ma, sicuramente, la caratteristica che accumunerà tutti questi “pensieri circolari” sarà la perfezione del cerchio che ognuno ha immaginato.La nostra mente fa così: assimila immagini e concetti provenienti dall’esterno per poi idealizzarli all’interno dei nostri pensieri. E quindi il mio cerchio potrà pure essere diverso dal vostro, ma rimarrà comunque un cerchio perfetto, di come non se ne sono mai visti e mai se ne vedranno.Quando si scrive, soprattutto quando lo si fa per la scena, credo che accada un processo molto simile nella nostra mente a quanto detto per il cerchio. Si pensa una storia, si vedono letteralmente le immagini e i frame di ogni singolo istante scritto scorrere nella mente come una nitida pellicola. Non credo sia utopia, semplicemente è così che funzioniamo, e non ho bisogno di scomodare millenni di filosofia per farvi capire quanto sia antica e trita questa storia della “perfezione”.Sebbene questi diari non siano cronologicamente a passo col reale svolgersi degli eventi, chi ci segue sul gruppo di CiakCatania saprà bene che nell’ultima settimana io e gli altri ragazzi coinvolti nel progetto siamo stati impegnati nelle riprese. Quattro giorni intensi, quattro giorni a metà tra un laboratorio di cinema e uno stage in una produzione professionale, quattro giorni in cui circa dieci teste hanno cercato di sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda, avere visioni comuni per poi proiettarle non più su immagini statiche o parole bensì sulla realtà, con gesti “reali” di azioni “reali” e reazioni “reali”.Non vorrei autocitarmi, ma il discorso (sensato o no) che sto cercando di portare avanti mentre scrivo mi riporta ad un pezzo che scrissi alcuni mesi fa per il mio blog personale, e che vi cito qui per cercare di farvi capire cosa ho inteso finora e dove vorrei andare a parare: 
“E’ solo il baratro di come mi vedo a come mi vedi a separarci. La differenza tra quello che vedo, quello che dico e quello che faccio, la differenza tra quello che vedi, quello che dici e quello che fai, e la terribile e assoluta verità dell’impossibilità di riuscire a conciliare queste cose, rendere le tue visioni simili alle mie visioni, o quantomeno visibili, percepibili, manifeste ai tuoi occhi così come lo sono ai miei. E’ questa la differenza tra noi, non c’è altro, solo un problema di calibrazione ottica, un problema di differente otturazione, tempi d’esposizione troppo distanti per conciliarsi. E ciò che per te è completamente in luce, per me è un mistero avvolto dalle ombre. […] “
A parte l’autocitazionismo gratuito, c’è di più in queste parole, e si riaggancia perfettamente al mio discorso iniziale: è questione di visioni differenti, sia nella vita che, a maggior ragione, sul set dove la “visione” è tutto, dove la “visione”, l’immagine, diventano parola.Non vi nasconderò che ci sono stati momenti difficili durante le riprese, momenti in cui non sapevo che pesci pigliare, momenti in cui era arduo discernere i consigli buoni dai consigli “cattivi” (anche se preferisco pensare “meno efficaci al nostro scopo”), momenti in cui avrei voluto scrollarmi di dosso il peso della mia inesperienza e come per magia rialzarmi da quelle ceneri e riprendere in mano il controllo della situazione.Inutile dire che nulla di tutto ciò si è verificato, che gli errori - se mai qualcuno li ha inventati - esistono su ogni percorso come buche obbligate sulle quali inciampare, magari cadere e piangere. Ma sono dell’idea che senza la caduta non si sarebbe mai scoperta la buca, la falla sull’asfalto. Se avete capito cosa voglio dire.Prima ho utilizzato l’espressione “laboratorio”, riferendomi a questi giorni di ripresa, perché - soprattutto per me, ma credo anche per molti altri componenti della troupe - quest’esperienza è stata un luogo dove poter imparare, dove poter apprendere senza intermediari teorici.Forse con le mie parole non sono ancora stato in grado di rendere l’idea quanto questa esperienza abbia significato per me, e senza voler risultare melodrammatici o eccessivi, quanto sia stata l’esatta risposta alle domande che poco meno di un anno fa mi ponevo.Questi quattro giorni hanno significato tanto per me, mi hanno insegnato, mi hanno mostrato che la magia esiste, e che siamo noi a farla, che possiamo avere Natale a Giugno, che possiamo mettere in scena un pranzo e una cena nell’arco di poche ore, che possiamo avere la luce del sole alle otto di sera, che possiamo trasformare lo spazio, creare illusioni, porre l’accento su piccole emozioni o dettagli sui quali a volte la messa a fuoco nella vita vera funziona poco o male. E infine mi ha insegnato, o forse dovrei dire ricordato, che i sogni, quelli migliori, li si fa insieme. Magari litigandoci su, magari sudando freddo, disapprovandosi a vicenda. Ma mi piace pensare, e credo sia davvero così, che ogni piccolo screzio sia frutto di una passione che ci accomuna, ci lega e ci ha portati fin dove siamo arrivati oggi.Forse non vinceremo, forse non ci classificheremo nemmeno tra i primi 20.Pierangelo, aiuto regia in questo progetto, in un nostro tete-a-tete sulla revisione della sceneggiatura, un pomeriggio mi fece una domanda: “Vuoi vincere?”. La risposta fu inevitabilmente un timido “Sì”.Per quanto mi riguarda ho già vinto, abbiamo vinto, mi avete permesso di vincere portando le mie visioni a conciliarsi con le vostre, a prendere vita, a raccontare una storia che è molto più di una semplice serie di eventi e di azioni, ma è una parte di me che ho voluto “regalare” a voi e che voi avete restituito a me nella forma e secondo le possibilità migliori che ognuno aveva da offrire.Di un film, spesso, nelle grandi produzioni, spicca solo il nome del regista o degli interpreti famosi che vi hanno preso parte, e tutto ciò che rimane degli altri è solo una lunga lista che andrà a formare dei titoli di coda lunghi svariati minuti, sulle quali le luci in sala si accendono sempre troppo presto.Noi, CiakCatania, abbiamo la “fortuna” di essere una piccola produzione. Quindi mi concedo il lusso di fare dei miei titoli di coda i titoli di testa. Tutto ciò che abbiamo fatto non è mio, non tuo o suo. E’ nostro.”Il cadavere nella stiva" è:Michele ConticelloOrazio Di MariaDario FinocchiaroSaverio GenoveseSamir KharratAlessandro MoncadaPierangelo RussoMonica PalermoSilvia SavocaAndrea SchillaciCorinne ScuderiSergio Vittorio ScuderiSara StellaAndrea Vallero

Grazie.

P.S.: E dopotutto, sappiate che non è ancora finita. Ci vediamo al montaggio! :P

Se vi chiedessi di chiudere per un attimo gli occhi e di immaginare un cerchio, soltanto un cerchio, probabilmente ognuno di voi ne immaginerebbe uno diverso. Di diverse dimensioni, magari anche di diversi colori. Ma, sicuramente, la caratteristica che accumunerà tutti questi “pensieri circolari” sarà la perfezione del cerchio che ognuno ha immaginato.
La nostra mente fa così: assimila immagini e concetti provenienti dall’esterno per poi idealizzarli all’interno dei nostri pensieri. E quindi il mio cerchio potrà pure essere diverso dal vostro, ma rimarrà comunque un cerchio perfetto, di come non se ne sono mai visti e mai se ne vedranno.
Quando si scrive, soprattutto quando lo si fa per la scena, credo che accada un processo molto simile nella nostra mente a quanto detto per il cerchio. Si pensa una storia, si vedono letteralmente le immagini e i frame di ogni singolo istante scritto scorrere nella mente come una nitida pellicola. Non credo sia utopia, semplicemente è così che funzioniamo, e non ho bisogno di scomodare millenni di filosofia per farvi capire quanto sia antica e trita questa storia della “perfezione”.
Sebbene questi diari non siano cronologicamente a passo col reale svolgersi degli eventi, chi ci segue sul gruppo di CiakCatania saprà bene che nell’ultima settimana io e gli altri ragazzi coinvolti nel progetto siamo stati impegnati nelle riprese. Quattro giorni intensi, quattro giorni a metà tra un laboratorio di cinema e uno stage in una produzione professionale, quattro giorni in cui circa dieci teste hanno cercato di sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda, avere visioni comuni per poi proiettarle non più su immagini statiche o parole bensì sulla realtà, con gesti “reali” di azioni “reali” e reazioni “reali”.
Non vorrei autocitarmi, ma il discorso (sensato o no) che sto cercando di portare avanti mentre scrivo mi riporta ad un pezzo che scrissi alcuni mesi fa per il mio blog personale, e che vi cito qui per cercare di farvi capire cosa ho inteso finora e dove vorrei andare a parare:
 

E’ solo il baratro di come mi vedo a come mi vedi a separarci. La differenza tra quello che vedo, quello che dico e quello che faccio, la differenza tra quello che vedi, quello che dici e quello che fai, e la terribile e assoluta verità dell’impossibilità di riuscire a conciliare queste cose, rendere le tue visioni simili alle mie visioni, o quantomeno visibili, percepibili, manifeste ai tuoi occhi così come lo sono ai miei. E’ questa la differenza tra noi, non c’è altro, solo un problema di calibrazione ottica, un problema di differente otturazione, tempi d’esposizione troppo distanti per conciliarsi. E ciò che per te è completamente in luce, per me è un mistero avvolto dalle ombre. […]


A parte l’autocitazionismo gratuito, c’è di più in queste parole, e si riaggancia perfettamente al mio discorso iniziale: è questione di visioni differenti, sia nella vita che, a maggior ragione, sul set dove la “visione” è tutto, dove la “visione”, l’immagine, diventano parola.
Non vi nasconderò che ci sono stati momenti difficili durante le riprese, momenti in cui non sapevo che pesci pigliare, momenti in cui era arduo discernere i consigli buoni dai consigli “cattivi” (anche se preferisco pensare “meno efficaci al nostro scopo”), momenti in cui avrei voluto scrollarmi di dosso il peso della mia inesperienza e come per magia rialzarmi da quelle ceneri e riprendere in mano il controllo della situazione.
Inutile dire che nulla di tutto ciò si è verificato, che gli errori - se mai qualcuno li ha inventati - esistono su ogni percorso come buche obbligate sulle quali inciampare, magari cadere e piangere. Ma sono dell’idea che senza la caduta non si sarebbe mai scoperta la buca, la falla sull’asfalto. Se avete capito cosa voglio dire.
Prima ho utilizzato l’espressione “laboratorio”, riferendomi a questi giorni di ripresa, perché - soprattutto per me, ma credo anche per molti altri componenti della troupe - quest’esperienza è stata un luogo dove poter imparare, dove poter apprendere senza intermediari teorici.
Forse con le mie parole non sono ancora stato in grado di rendere l’idea quanto questa esperienza abbia significato per me, e senza voler risultare melodrammatici o eccessivi, quanto sia stata l’esatta risposta alle domande che poco meno di un anno fa mi ponevo.
Questi quattro giorni hanno significato tanto per me, mi hanno insegnato, mi hanno mostrato che la magia esiste, e che siamo noi a farla, che possiamo avere Natale a Giugno, che possiamo mettere in scena un pranzo e una cena nell’arco di poche ore, che possiamo avere la luce del sole alle otto di sera, che possiamo trasformare lo spazio, creare illusioni, porre l’accento su piccole emozioni o dettagli sui quali a volte la messa a fuoco nella vita vera funziona poco o male. 
E infine mi ha insegnato, o forse dovrei dire ricordato, che i sogni, quelli migliori, li si fa insieme. Magari litigandoci su, magari sudando freddo, disapprovandosi a vicenda. Ma mi piace pensare, e credo sia davvero così, che ogni piccolo screzio sia frutto di una passione che ci accomuna, ci lega e ci ha portati fin dove siamo arrivati oggi.
Forse non vinceremo, forse non ci classificheremo nemmeno tra i primi 20.
Pierangelo, aiuto regia in questo progetto, in un nostro tete-a-tete sulla revisione della sceneggiatura, un pomeriggio mi fece una domanda: “Vuoi vincere?”. La risposta fu inevitabilmente un timido “Sì”.
Per quanto mi riguarda ho già vinto, abbiamo vinto, mi avete permesso di vincere portando le mie visioni a conciliarsi con le vostre, a prendere vita, a raccontare una storia che è molto più di una semplice serie di eventi e di azioni, ma è una parte di me che ho voluto “regalare” a voi e che voi avete restituito a me nella forma e secondo le possibilità migliori che ognuno aveva da offrire.
Di un film, spesso, nelle grandi produzioni, spicca solo il nome del regista o degli interpreti famosi che vi hanno preso parte, e tutto ciò che rimane degli altri è solo una lunga lista che andrà a formare dei titoli di coda lunghi svariati minuti, sulle quali le luci in sala si accendono sempre troppo presto.
Noi, CiakCatania, abbiamo la “fortuna” di essere una piccola produzione. Quindi mi concedo il lusso di fare dei miei titoli di coda i titoli di testa. Tutto ciò che abbiamo fatto non è mio, non tuo o suo. E’ nostro.


Il cadavere nella stiva" è:

Michele Conticello
Orazio Di Maria
Dario Finocchiaro
Saverio Genovese
Samir Kharrat
Alessandro Moncada
Pierangelo Russo
Monica Palermo
Silvia Savoca
Andrea Schillaci
Corinne Scuderi
Sergio Vittorio Scuderi
Sara Stella
Andrea Vallero


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P.S.: E dopotutto, sappiate che non è ancora finita. Ci vediamo al montaggio! :P

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